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Capitolo V

Ho iniziato a scrivere questo racconto senza nome circa venti anni fa. Anche questo non può essere considerato più che un semplice sfogo, nonostante constasse di almeno cinque capitoli, di cui, appunto, questo è l’ultimo. Il primo capitolo dovrebbe ancora essere archiviato in un certo sito azzurro, ma i capitoli intermedi sono ancora inediti. 

Di forte ispirazione giapponese per l’ambientazione e, soprattutto, per i nomi dei personaggi, sicuramente tradisce una certa semplicità nelle descrizioni, nei dialoghi e nelle situazioni. Ho cercato di ritoccarlo il minimo indispensabile per lasciare intatta quell’aria ingenua che lo permea, per quanto il confronto con qualcosa di più recente possa apparire impari. 

Lo studente liceale Sato accetta la bizzarra proposta di una ragazza incontrata casualmente a scuola: assistere al concerto della sua band e, allo stesso tempo, fingere di essere il suo ragazzo.

Sato si sentiva fin troppo agitato. Se già avere una ragazza era una situazione fin troppo nuova per lui, tanto da conoscere a malapena le dinamiche di coppia, l’idea di dover fingere una relazione lo metteva davvero in soggezione: il rischio di essere smascherato era dietro l’angolo. Tuttavia, il solo pensiero di poter baciare quello schianto di ragazza ancora, e magari più di una volta, lo galvanizzava tutto. Si fece forza e trovò il coraggio di fingere ciò che non era: il fidanzato di Reiko, un chitarrista, talentuoso e carismatico compositore di canzoni.

Pescò dall’armadio il più vecchio e lacero paio di jeans che possedeva, la più trasandata maglietta che poteva trovare e il vecchio giubbotto di pelle, una volta appartenuto a suo padre, e si vestì in tutta fretta. Indossò alla bell’e meglio tutti i bracciali, la collana e l’anello che si era fatto prestare da sua sorella e uscì di casa.

Durante il tragitto in metropolitana continuò a rimuginare su come avrebbe dovuto comportarsi. Doveva sembrare un tipo tosto agli occhi degli amici di Rei, e non… Beh, sé stesso. L’illuminazione gli arrivò vedendo per caso il poster promozionale di una nuova serie anime: tra le serie che apprezzava tanto ce n’era una ambientata nel mondo della musica, e proprio da lì pensò di pescare la sua nuova identità, cucita su uno dei personaggi secondari.

Una volta arrivato alla sua fermata, passò a prendere una composizione floreale per la sua “ragazza”, poi non fu difficile trovare il posto. Il pub emanava un odore misto di vecchiume, sudore e birra. Nascose i fiori meglio che poté dietro la schiena e si diresse vicino al piccolo palco. Disse al tipo che lo fermò che era il ragazzo di Rei, con un atteggiamento così sfrontato che quasi si stupì di quello che usciva dalla sua bocca.

“Ciao, fidanzato! Non vedevo l’ora che… Non ci posso credere, sono per me!? Ma sono bellissimi, grazie!”. Subito Reiko lo baciò, ed ecco la solita goduria indescrivibile.

“Ma guarda che figo che sei! Dovresti vestirti sempre così! Tu invece, come mi trovi? Ah, però non ho finito, mi ci vuole ancora un po’ di trucco sugli occhi”. Se non fosse stato che Sato aveva perfettamente stampato in mente il volto della ragazza che tanto lo ossessionava ultimamente, avrebbe giurato che l’avrebbe riconosciuta con molta difficoltà. I capelli, una volta neri e fluenti, erano legati, e per di più biondi, anche se recavano i segni di una certa scoloritura, e una ciocca era stata colorata di rosa. L’unica cosa che riconduceva a Rei di ciò che indossava erano i molteplici braccialetti. Portava una camicia smanicata con un cravattino nero e una minigonna colorata, una specie di fantasia scozzese, soltanto che gli unici colori erano il nero, il rosa e il bianco. Il nuovo look di Reiko sembrava averle tolto un po’ di quella durezza che aveva dimostrato al loro primo incontro.

“Beh, non so perché tu…”, esordì Sato, ma Reiko lo interruppe.

“E’ solo per stasera, davvero! E allora?”. Reiko sembrava davvero impaziente di ricevere una risposta.

“Piccola, sei uno schianto! Vieni qui, fatti baciare”, le disse Sato in tono deciso. Lei ridacchiò, lo ringraziò e corse a baciarlo. Sato era già a suo agio in questo nuovo ruolo, e avrebbe giurato di non essersi mai sentito così prima di allora. Il nervosismo se n’era andato dopo il primo bacio di Rei.

“Ehi, fidanzato! Guarda che così mi stacchi un orecchio!” Nell’impeto di baciarla, Sato non si era accorto di aver messo le mani sul viso di Reiko, e in qualche modo con la mano destra le aveva tirato un po’ uno dei grandi cerchi di colore nero che portava alle orecchie.

“Scusa, Rei… Sai, ti stanno bene. Ti donano, coi capelli legati”. Quel look le donava molto.

“Belli, vero? Li ho comprati apposta per questa occasione… Comunque, appena avrò finito di prepararmi, scioglierò i capelli, spero si vedano”. Mentre parlava, girava di qua e di là la testa, facendo dondolare i cerchi.

“Degli orecchini così completano il look alla Avril che ho scelto per oggi. Ovviamente ho detto a tutti che me li avevi regalati tu… Ti piacciono?”. Reiko sembrava diversissima dall’ultima volta che avevano parlato. Sato ebbe l’impressione che sprizzasse felicità da tutti i pori.

“Preferisco la tua bocca…”. In altre circostanze non avrebbe mai osato, ma vista la situazione, che male c’era? Ormai si era completamente calato nella parte. Rei lo guardava stupita, un po’ divertita, un po’ soddisfatta, quasi che le avesse fatto un complimento.

“Wow, bello stile, fidanzato… Stile giusto”. Sato fu felice di aver osato, visto che Reiko lo baciò di nuovo. Poi riprese a parlare.

“Ehi, sai, stai proprio bene così! Forse con una piccola spettinata ai capelli… Ecco, così sei proprio un uber figo!” Dopo avergli arruffato un po’ i capelli, lo prese dolcemente per mano. Sato arrossì, ma fece finta di nulla.

“Ehi, grazie”, fu tutto quello che riuscì a dire. Si guardarono per alcuni istanti, senza fiatare. Quando Reiko gli guardò la mano, notò il suo polso pieno di bracciali.

“E questi? Ti donano un casino!”, gli disse sorridendo.

“Ho pensato di ispirarmi a te per il mio look. Così abbiamo qualcosa in comune”. Per quanto stupido fosse da dire, era vero.

“Forte! Hai mai pensato di bucarti l’orecchio? Un anello all’orecchio ti starebbe bene, te lo dico io!”. Sato non rispose.

“Ok fidanzato, adesso andiamo di là! Anzi, ti chiamerò Sat!”. Si tenevano ancora per mano, e Reiko lo tirò verso la parte posteriore del palco, ridacchiando.

“Reggimi il gioco, mi raccomando! Devo dire che finora te la stai cavando meglio di quanto mi aspettassi… Se solo fossi davvero così… Ti giurerei eterno amore all’istante!”. Sato rispose dicendo la prima cosa che gli veniva in mente.

“Se posso comportarmi così per una sera, posso farlo per tutta la vita”. Mentre lo diceva, Sato guardava fisso negli occhi Reiko, che sosteneva lo sguardo e, nel frattempo, si mordeva il labbro inferiore. Sato era sicuro di leggere sul volto della ragazza l’espressione massima della felicità e dell’eccitazione. Era sempre più entusiasta di aver accettato la proposta di Reiko.

*

La saletta dietro il palco era un posto piuttosto angusto, soprattutto considerando il fatto che oltre Sato e Reiko c’erano dentro altre tre persone. Gli unici elementi d’arredo nella stanza erano una specie di toeletta con svariati accessori per il trucco sistemati in disordine, un tavolo non molto grande su cui erano poggiate le chitarre e un attaccapanni pieno zeppo di vestiti. I tre ragazzi sembravano avere più o meno la loro stessa età, e li stavano guardando leggermente incuriositi, ma con l’aria di chi ha ben altro a cui pensare. La prima a parlare fu Reiko.

“Band, vi presento Sat, il mio nuovo-nuovo fidanzato! Sat, loro sono Wal…”, indicando il tipo più vicino alla batteria, con in mano le bacchette.

“Ehi” fece quello, ammiccando un sorriso. Sato si limitò a fare un cenno col capo, mentre Reiko continuava.

“… Noob…”, indicando il giovane più vicino, che si avvicinò, tendendogli la mano.

“È Nob… Ad ogni modo, è un piacere”. Sato gli strinse la mano, con un mezzo sorriso.

“Piacere mio”, aggiunse, mentre Reiko stava per riprendere a parlare.

“… E per concludere, Ryu”, indicando l’ultimo, che rimase fermo, appoggiato al muro.

“Il misterioso fidanzato! Finalmente rivelata la tua identità!”. Sato non rispose, visto che era troppo impegnato a notare che i tre erano vestiti in modo molto simile tra loro: jeans o pantaloni scuri, maglietta o camicia bianca, cravatta nera. Sato pensò che avessero puntato ad avere tutti un look simile a quello di Reiko.

“Rei ci ha parlato tanto di te… Anzi, non ha fatto altro che parlare di te!”, disse il ragazzo più vicino a loro, Nob.

“Ti immaginavamo diverso”, fece Wal.

“Invece sembri uno che sa il fatto suo. Gran bel giubbotto”, aggiunse Ryu, senza battere ciglio.

“Diciamo che ci so fare”, si limitò a rispondere Sato.

“Per forza ci sa fare, fratelli, per ridurre così una come Rei… Cotta come una ragazzina qualsiasi”, disse Nob. Sato abbozzò una risata, poi guardò Reiko, che era visibilmente arrossita.

“Vedi di piantarla”, sbottò lei, senza riuscire a nascondere l’imbarazzo. Mentre tutti ridacchiavano, Ryu e Nob si davano il cinque. Poi Reiko riprese a parlare.

“Accidenti, i miei occhi non si truccano da soli. Ragazzi, intrattenete il mio fighissimo fidanzato mentre finisco qui. Il mio super…”, e gli diede un bacio.

“… uber…”, un altro bacio.

“… fighissimo…”, un altro ancora…

“… fidanzato!”, un altro, più lungo degli ultimi tre. Sato si sentiva splendidamente, non solo perché il piano stava andando avanti benissimo, ma anche perché non ne aveva mai abbastanza dei baci di Reiko, e gli ultimi quattro, così in rapida successione, gli avevano dato un piacere più indescrivibile del solito.

Fu Wal il primo a prendere la parola, dopo qualche secondo di silenzio.

“E così, oltre ad essere il ragazzo di Rei, sarai il suo nuovo chitarrista… Come ti abbiamo detto, ci ha parlato molto di te”. Sato ricordava bene cosa gli aveva detto di dire Reiko. In realtà, non era una completa bugia: qualche anno prima aveva seguito un corso di chitarra, e ne aveva anche una tutta sua. Per non correre rischi, per ogni evenienza, il giorno prima l’aveva ripresa in mano, cercando di ricordare qualcosa. Non poteva dire di saperla suonare, ma non era nemmeno uno zero assoluto.

“Sì… Dal momento che stasera dovrebbe essere la vostra ultima esibizione…”, rispose Sato, non finendo la frase, ma completandola con una smorfia.

“Perché non ci fai sentire qualcosa?”. Le parole di Ryu suonavano come una sfida.

“Volentieri”, fece Sato, un po’ intimorito, anche se fingeva di ostentare sicurezza. Reiko, intanto, aveva interrotto ciò che stava facendo, e con un occhio scurissimo (aveva messo ombretto nero, mascara e eyeliner sia sopra le ciglia superiori che sotto quelle inferiori) e l’altro no, prese a parlare.

“Davvero te la senti, fidanzato?”. Sato fece un mugugno come risposta. Reiko si alzò, prese la sua chitarra, una imitazione della Telecaster di colore nero e rosa, e gliela porse. Poi si sfilò dal dito un anello a cui aveva attaccato un plettro e glielo posò sulla mano, guardandolo negli occhi con uno sguardo che Sato non le aveva ancora mai visto fare, e che sembrava dire: “mi fido di te e so che non mi deluderai”.

Sato imbracciò la chitarra, provò il giro di do, e poi attaccò con la prima canzone che gli venne in mente: “Anarchy in the UK”. Poco prima della seconda strofa, il tipo a cui aveva chiesto di Reiko prima fece capolino nella stanzetta, dicendo che era tutto pronto, interrompendo l’esibizione. Reiko applaudì, poi gli si gettò al collo. Lo aveva accompagnato con la voce, e Sato non aveva potuto fare a meno di notare che era davvero brava a cantare. Fino ad allora infatti non aveva ancora mai avuto l’occasione di poterla ascoltare.

“Una delle canzoni preferite di Rei… Avrei dovuto immaginarlo”, disse Nob, voltandosi verso il tavolo per prendere il suo basso. Sato non ne aveva avuto idea. Una simpatica coincidenza, pensò, visto che anche a lui quella canzone piaceva parecchio. A pensarci bene, se lo sarebbe dovuto immaginare: il giorno in cui si erano conosciuti avevano parlato un sacco di musica. Sato si accorse che gli sfuggivano alcuni particolari di quel giorno. Reiko intanto aveva sciolto l’abbraccio, ma lo fissava negli occhi sorridendo, quasi che volesse dire: “Sapevo che non mi avresti delusa”.

“Questa è facilina, niente male comunque. Sembrate in sintonia, tu e la tua ragazza, e questo per una prima chitarra vale molto”. Sato non rispose, però il fatto di essere in sintonia con Reiko l’aveva colpito. Rimase in silenzio, in un angolo, mentre Reiko tornò ai suoi trucchi, dopo averlo accarezzato in viso.

Nessuno parlò, finché, quando Reiko ebbe finito, gli si avvicinò.

“Ti accompagno a prendere posto”, sussurrò, prendendolo per mano.

“Sei bellissima, Rei”, si imitò a risponderle. Lo era davvero. Gli occhi verdi, contornati in modo scurissimo, creavano un contrasto affascinante con il resto del viso, le labbra rosa e i capelli biondi, e al tempo stesso un pendant sensuale con gli orecchini, che facevano capolino tra i capelli sciolti, il cravattino e le unghie, dipinte con uno smalto nero. Reiko sorrise nel sentirselo dire, e sembrava davvero intimidita. Cercò di dire qualcosa, ma alla fine non disse nulla e lo baciò. Anche Sato, in quel momento, si sentiva decisamente cotto.