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Un disastro di scrittrice

Le opere di Sophie Kinsella hanno iniziato a far parte della mia cultura letteraria molto dopo la loro pubblicazione, ma sicuramente prima che in me scoccasse la scintilla per la scrittura. Ho sempre trovato facilissimo identificarmi con le sue protagoniste, adorabili, sfortunate e dolcissime pasticcione, e il primo libro delle Confessioni, oltre a divertirmi tantissimo, resta tra i miei libri preferiti di sempre.

Non ho la supponenza di pormi come una persona esperta di chick lit, però è innegabile che Un disastro di scrittrice si rifaccia a quel tipo di letteratura, presentando una protagonista single, lavoratrice, imbranata e – come da tradizione – irrimediabilmente pasticciona, che per i fan del genere potrebbe suonare tremendamente familiare.

Nato da una chiacchierata con un’intelligenza artificiale, questo racconto vuole essere proprio un omaggio a quell’universo letterario, pur senza la pretesa di volerne far parte. Ad ogni modo, si è trattato di un racconto davvero divertente da scrivere, e mentirei se dicessi che non mi rivedo nemmeno un po’ nella sbadatissima protagonista!

Gisella è una scrittrice con un vero talento, non solo per la letteratura, ma anche per i guai!

Venerdì 14 novembre, una tipica giornata da Gisella Agosti: non ho sentito la sveglia, quasi completamente in after, e sono in ritardo per un appuntamento. Nemmeno tutto il trucco del mondo riuscirebbe a cancellarmi queste occhiaie. Non che ce lo abbia, tutto il trucco del mondo. Anche se lo avessi, io non mi so truccare, è già tanto che riesco a mettermi mascara e rossetto.

Le ultime parole famose: domani mi alzo presto e mi faccio lo shampoo. Il cavolo. Ho avuto a malapena il tempo di farmi una doccia, il più ghiacciata possibile. Per fortuna, il mio editor è un tipo a posto. Mi tratta sempre con i guanti. Mi piace pensare che abbia una cotta per me. Anche se è il contrario: sono io ad avere una cotta per lui; lui è semplicemente una persona gentile.

Alzo il passo, controllo il telefono, nessuna notifica. In ogni caso, è tardissimo. La gente per strada lo sa, ed è per questo che affolla i marciapiedi e non mi fa passare. Anche i semafori lo sanno, tutti rossi. Sono ferma all’incrocio, il mio riflesso affannato nella vetrina è un disastro. I capelli sono un disastro. Li ho legati in una crocchia strana sopra la testa, ma sono al limite del guardabile. Solo gli orecchini a cerchio, mio marchio di fabbrica, salvano un po’ la situazione. Sollevo un attimo gli occhiali da sole, c’è qualcosa che non va, ma non riesco a capire cosa. L’impermeabile nasconde un top sottilissimo, mi sono vestita molto leggera, per evitare di arrivare all’appuntamento in un bagno di sudore, le scarpe di tela cozzano terribilmente con il resto dell’outfit. Volevo mettere gli stivaletti, ma non avevo nessuna idea su dove li avessi conservati.

Non manca moltissimo, tra poco sarò al bar dove avevo appuntamento col signor Gippi. Chissà come si è vestito lui. Di sicuro avrà messo una delle sue elegantissime giacche, mai che si lasci andare e dimentichi per un attimo il suo aplomb. E chissà che profumo avrà scelto. Spero uno dei marchi più costosi, anche se immagino che li risparmi per la sua fidanzata. Che donna fortunata. Meno male che ha accettato di sposarlo. A proposito, promemoria per me stessa: ho da mettere in piedi un outfit per il matrimonio, possibilmente spendendo il meno possibile.

La vita da scrittrice rende, ma non navigo nell’oro. Forse quando uscirà il mio prossimo libro andrà meglio. Chissà cosa ne pensa Gippi dell’ultimo capitolo che gli ho mandato giusto ieri sera. Non ha voluto dirmi nulla, per telefono o per messaggio, ma ha voluto semplicemente incontrarmi per parlare di persona. Potevo forse rifiutarmi? Si è trattata dell’unica nota positiva di una serata passata a pensare al mio ex, e a bere per cercare di dimenticarlo.

Sono arrivata, finalmente! Ovviamente, lui è già lì.

“Buongiorno! Mi scusi per il ritardo…”. Quanto è bello! Come immaginavo, è sempre impeccabile. Si alza per stringermi la mano, io mi avvicino a lui e tocco la sua guancia con la mia, prima un lato e poi l’altro. Sarà poco professionale, ma era un’occasione troppo ghiotta! La sua barba incolta, in contrasto con la mia pelle liscia, solletica e mi punge un po’. Sono felice che abbia messo un profumo dall’aria costosa apposta per me.

“Ci mancherebbe, signorina Agosti, anzi! Grazie per essere venuta”. Mi fa cenno di sedermi, poi si siede anche lui. Sorseggia un attimo dalla sua tazza, mentre armeggia col pc. Io tolgo gli occhiali e li poggio sul tavolino, invece appendo la borsa alla sedia. Mi tengo l’impermeabile.

“Ha già fatto colazione?”. Mi siedo proprio davanti al lucidissimo retro del suo pc, praticamente uno specchio. Al che, guardando la faccia riflessa, l’illuminazione: ho finalmente scoperto cosa non andava nel mio aspetto. Morale della favola: sto indossando due orecchini diversi! Uno è un cerchio di medie dimensioni, l’altro è visibilmente più grande! Che figuraccia!

“Signorina? Signorina Agosti?”. Ma come ho fatto non rendermene conto? Come ho potuto commettere un errore così grossolano? Eppure, io sono sempre attentissima ai miei orecchini! Maledizione… Ma… Sbaglio o il signor Gippi mi ha chiesto qualcosa? Mi è sembrato anche di sentirlo ridacchiare. Sarà stata la mia immaginazione?

“Sì?”, chiedo, mentre, nel riflesso del pc, giro la testa senza sosta, cercando di guardare da ogni angolazione se la differenza tra gli orecchini si nota poi così tanto. Li prendo tra le dita, cercando di percepire se sono diversi anche al tatto, ma per fortuna sono più o meno simili, l’unica cosa che cambia tra i due è il diametro.

“Ecco, mi chiedevo se avesse fatto colazione. Mi sono preso la libertà di ordinarle un caffè alla vaniglia”. Oh. Mio. Dio. Il mio gusto di caffè preferito? Ma come faceva a saperlo?

“Oh… Grazie davvero di cuore”, mi limito a dire, fissandolo imbambolata, per qualche secondo, spero, e non di più.

“Di nulla… In ogni caso, ho chiesto di incontrarla per parlarle del materiale che mi ha inviato ieri sera… Come definirlo… Peculiare”. Intanto arriva la barista con il mio caffè. Solo ora mi rendo conto che stavo morendo di sete.

“Pe-Peculiare? Capisco”, è veramente ottimo, zuccherato al punto giusto, che meraviglia! Assaporo il caffè, dimenticandomi, per un attimo, dove sono e con chi sono. Mi ricorda il caffè che bevevo sempre quando andavo all’università.

“Mi spiace contraddirla, signorina, ma non credo che lei abbia capito. Come posso fare… Ah, ho trovato. Legga lei stessa”. Mi gusto un altro sorso di caffè, mentre Gippi volta il pc, stavolta lo schermo è verso di me. Riesco appena a fare in tempo a deglutire prima che il caffè possa andarmi di traverso.

Qui lo dico e lo prometto: non toccherò mai più un goccio di vino, birra, liquore o qualsiasi tipo di alcolico che sia. Sì, perché se già normalmente sono maldestra, pasticciona, sbadata, insomma, un vero disastro… Quando non sono in me sono ancora peggio, le probabilità che combini casini sono altissime. Ma non solo casini, dei grossi casini, degli incredibili casini.

Poggio delicatamente la tazza sul tavolo, poi mi nascondo la faccia tra le mani, cercando di coprire più area di viso possibile, tutta rossa, le guance in ebollizione. Però non basta. L’ideale sarebbe che si aprisse una voragine nel pavimento, così che possa sprofondarci dentro. Anzi, no, vorrei cancellarmi dalla faccia della terra, dissolvermi fino a scomparire, polverizzarmi, o scolorirmi fino a diventare invisibile.

Non ho inviato al signor Gippi l’ottavo capitolo. Purtroppo. Alticcia, o ubriaca, devo aver sbagliato file. Quella che si trova sul computer aziendale di Gippi è una lettera a metà tra il rabbioso e il disperato indirizzata al mio ex. E non si tratta di una semplice missiva. Man mano che continuo a leggere, anche se una parte di me vorrebbe fermarsi perché l’imbarazzo e l’umiliazione ha raggiunto picchi che non avrei mai creduto di raggiungere, scopro che ho inserito dettagli più che piccanti sulla nostra vita sessuale.

“Ecco, signorina… Per quanto debba ammettere che alcuni passaggi sarebbero parti perfette per un romanzo – la trovata del rapporto sessuale durante la festa del nonno e quello che è successo dopo è al limite dell’incredibile – devo dire che ciò che mi ha mandato non ha moltissima attinenza con il libro che stiamo preparando”. Sbircio tra le dita l’espressione di Gippi, che è tutta un programma. Raramente l’ho visto così, sul punto di perdere la sua solita compostezza e scoppiare a ridere. Solo che poi, seduto al suo posto, torna a bere il suo caffè come niente fosse. Non so se la cosa mi tranquillizza o mi imbarazza ancora di più.

“Mi creda, signor Gippi… Posso spiegare”. La voce esce soffocata tra le mani. Resto immobile, non riesco a muovere nemmeno un muscolo, solo la bocca.

“La ascolto”. Mi osserva, il mento appoggiato alla mano, l’espressione curiosa e divertita.

“Si tratta di un malinteso, questo… Questo non è…”.

“Credo dovrebbe dedicarsi alla letteratura erotica”, mi interrompe Gippi. Ma… Vuol dire che ha apprezzato? Vuol dire… Che l’ha letto tutto? Proprio tutto? E gli è piaciuto?

“Signor Gippi, io…”. Non so assolutamente cosa dire.

“Devo chiederle scusa, signorina. Ieri sera ero con la mia fidanzata, e… Insomma, ha letto anche lei. Però le sono molto grato. Diversamente da quello che ha fatto lei, non voglio scendere nei dettagli, ma… Diciamo solo che ho trascorso una notte piacevole. Se la può consolare, anche la mia fidanzata le fa i complimenti. Per la sua scrittura, certo – e anche per l’inventiva in camera da letto, o qualunque altro luogo dove l’abbiate fatto. Sono parecchi, devo dire, tanti posti diversi, alcuni davvero fantasiosi”. Buon cielo! Non so se essere lusingata oppure offesa. Ma perché farlo leggere alla sua fidanzata? Meno male che non ho scritto nulla su Gippi… Stacco le mani dal viso ed inizio a mangiucchiarmi l’unghia del pollice.

“Mi perdoni, signor Gippi, ma perché… Perché mai…”, biascico, ma non riesco nemmeno a finire la frase.

“Le chiedo ancora scusa, è stato solo un incidente, e… Mi scusi, una telefonata, torno subito”. Gippi si alza e ed esce sulla strada. Io mi lascio cadere all’indietro, le spalle sullo schienale e le braccia penzoloni sui braccioli della sedia. Faccio persino volare gli occhiali per terra. Al confronto, la figuraccia degli orecchini è una bazzecola. E meno male che Gippi l’ha presa bene. Ma io sono ancora scossa e imbarazzatissima. Riesco a malapena a guardarlo in faccia. Non dopo che so cosa ha letto.

“Stia tranquilla, signorina”, eccolo di ritorno. Raccoglie i miei occhiali, che rimette sul tavolino, poi risistema impeccabilmente il cellulare nel taschino nella giacca prima di sedersi. “Non è la cosa peggiore che abbia mai letto, anzi! Sono felice di aver scoperto un altro suo talento. Beh, ben più di uno, a dire il vero”, aggiunge, mentre io mi nascondo di nuovo il viso tra le mani.

“Facciamo così: lei dimentica che io ho infranto gli accordi di riservatezza, ed io dimenticherò questa faccenda della lettera in toto. Che ne dice?”. Gippi ammicca, mentre io, ancora sotto shock, annuisco lentamente.

“Benissimo! Allora possiamo parlare dell’ottavo capitolo. Credo che la struttura che avevamo programmato potrebbe meritare qualche piccola modifica. Altro caffè? Prevedo che sarà una lunga mattinata”. Temo di capire a che tipo di modifiche si riferisce. Recupero la mia tazza e bevo il caffè rimasto tutto d’un fiato. Mi sento avvampare, e non perché il caffè sia ancora caldo.

Vorrei che fosse tutto un sogno, e che mi trovassi ancora nel mio letto. E pensare che mi stavo preoccupando di coprire le occhiaie, quando avrei dovuto preoccuparmi di nascondere ben altro. Già, proprio una tipica giornata da Gisella Agosti.