Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie è un libro nei confronti di cui ho sempre provato un affetto speciale. Vuoi per il mondo fantastico che vi è rappresentato, vuoi per una certa immedesimazione con la giovane protagonista, senza dimenticare le allegorie, i giochi di parole e i dialoghi assurdi, l’opera di Carroll è qualcosa di più di una semplice storia d’avventura. Non sorprenda, dunque, che abbia trovato in essa grande ispirazione per i miei racconti, ben più di una volta. Una di queste ha dato origine a Destinazione: Wonderland, racconto in due parti che può essere definita come una rilettura in chiave moderna del famoso masterpiece della letteratura inglese.
Nato da esperienze dirette, una fervida dose di fantasia e la mia passione per i personaggi e i luoghi del Paese delle Meraviglie, Destinazione: Wonderland è nato come racconto a sé, per poi evolversi in qualcosa di più: infatti, la storia non termina qui, ma era diventata parte di un progetto parecchio ambizioso (forse troppo) che magari, un giorno, riuscirò a completare. Lo rimando ad un ipotetico futuro, dal momento che le idee per proseguire non erano (o almeno, non tutte) vincenti e convincenti per farlo diventare un romanzo vero.
Resta comunque una novità, per me, trattandosi del mio primo scritto ad essere editato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, vero e proprio tutor e consulente per alcune trovate stilistiche e contenutistiche, oltre che per il braistorming di idee future, collegate a questo inizio e non, che chissà, magari, un giorno, potranno vedere la luce, con o senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Un incontro speciale cambierà per sempre la vita della giovane Alice.
Nel buio della sua stanza, la ragazza si contorse per sgranchirsi un po’. Era stata ore e ore al computer al lavoro sul suo progetto più importante, un’illustrazione magistrale che forse non le avrebbe valso nessun guadagno, ma sarebbe stato il fiore all’occhiello del suo portfolio. Fantasticava su come avrebbe presto trovato dei committenti e iniziato a guadagnare, così avrebbe potuto pagarsi lei stessa il costo dell’affitto. Finalmente sarebbe stata libera dall’assillo dei genitori, che non volevano più mantenerla, e lei stessa non vedeva l’ora di ottenere la sua indipendenza. Tuttavia, a volte si domandava se questo bisogno fosse davvero una sua esigenza o derivasse dalla paura di restare indietro rispetto agli altri.
Il suo sguardo spaziò lungo le pareti che la circondavano, niente più che una stanza in un appartamento condiviso, poco lontano dal centro della metropoli. Era comunque abbastanza per potersi definire casa. L’enorme scrivania occupava praticamente tutta la parete sud, il letto ad un angolo orientato secondo la stessa direzione, in base alle leggi del feng shui. La parete est, invece, era divisa a metà dalla porta che dava al minuscolo bagno; ospitava un piccolo lavandino, l’angolo cottura e il frigorifero, posizionati tutti in fila ad un lato della porta. L’altro lato terminava all’angolo con la porta d’ingresso, esattamente opposta ad una grande finestra con un balcone tanto piccolo da essere a malapena definito tale.
Voltatasi con le spalle verso la scrivania, la ragazza si soffermò un po’ di più sulla libreria che cingeva le mura a ovest, in particolare sui manuali di disegno, le raccolte dei grandi pittori contemporanei, e naturalmente, sul libro di Alice nel Paese delle Meraviglie che aveva posseduto fin da bambina, che ospitava il posto d’onore.
Anche lei si chiamava Alice, e ciò aveva reso ancora più facile per lei identificarsi con la protagonista. Quando le cose andavano male, quel libro era sempre stato un rifugio accogliente, con i suoi personaggi, le sue ambientazioni e i giochi di parole. Pur non essendo più una bambina, bensì una ventitreenne alternativa – o grunge, come amava definirsi – Alice sentiva, per qualche motivo, ancora un forte legame con quel libro. Ricordò le volte che aveva passato interi pomeriggi a leggere del Paese delle Meraviglie e a fantasticare.
Il telefono vibrò proprio in quel momento, distraendola dai suoi pensieri. Con un gesto automatico, Alice aprì la notifica e riprodusse il messaggio vocale.
“Ehi Ali, a che punto sei? Noi ci stiamo avviando”. Rimase per un attimo immobile, senza fiato, poi guardò l’orologio. Le 21:09.
“Cazzo!”, esclamò Alice, chiudendo il pc con un leggero tonfo. Aveva completamente perso la cognizione del tempo. Era in ritardo e aveva ancora mille cose da fare, prima di essere pronta per uscire. Non si era scordata dell’appuntamento con la sua amica Gaia e la sua comitiva, era solo capitato che quella sera era stata troppo presa dalle sue illustrazioni.
Cacciò tutti i vestiti che si trovavano sul letto, tranne la gonna e il maglioncino che avrebbe dovuto indossare, alla rinfusa, nell’armadio; poi buttò via un po’ di cartacce e la confezione vuota del Poke. Aprì un cassetto, ci rovistò dentro e tirò fuori il silk-épil e una trousse, poi si fiondò in bagno. Mentre si depilava, si lavò i denti, tra un mugugno e l’altro di dolore, poi si precipitò nella doccia. Fortuna che i capelli li aveva lavati quella mattina. Per cause di forza maggiore, si limitò a truccarsi con un po’ di fondotinta e la solita, massiccia dose di mascara. Per le 21:25 era praticamente pronta.
“Sto uscendo ora di casa, ci vediamo lì”, urlò al microfono, per registrare il suo messaggio vocale in risposta. Si guardò un attimo allo specchio. L’azzurro dei suoi occhi risaltava grazie alle lunghe ciglia, e i capelli biondi le ricadevano davanti alle spalle in boccoli scomposti. Provò un attimo a portarseli dietro alle orecchie per mettere in mostra i tre anelli d’argento che le decoravano i lobi, poi li rimise a posto. Mancava solo una punta di lucidalabbra e avrebbe potuto dirsi abbastanza carina per la serata.
Avrebbe davvero voluto mostrarsi più bella, per fare colpo su quel nuovo ragazzo appena conosciuto, uno degli amici della sua migliore amica, ma non aveva fatto in tempo. La verità era che non ci sarebbe comunque riuscita. Alice era così, ben lungi dall’essere perfetta, e non voleva dare un’idea sbagliata di sé. Dopotutto, se poi le cose fossero andate per il verso giusto, sai che fatica, sforzarsi di apparire ogni giorno perfetta? No, era giusto così. Quella era lei, con le sue imperfezioni, e in fondo le andava bene. Si sforzò di sorridere al proprio riflesso, nonostante quel pensiero non avesse mai spento del tutto quella parte di sé che cercava approvazione.
Giacca pesante, borsa, e prima di rendersene conto, chiavi ancora in mano, era già sull’uscio. Urlò un saluto alla sua coinquilina, che non rispose, e si trovò ben presto a sfidare la gelida brezza invernale. Fino a quel giorno, in tutto l’anno, non aveva mai fatto tanto freddo come quella sera; si pentì di aver accettato di uscire, ma ormai era già fuori e non avrebbe potuto farci nulla. Il cielo limpido e la luna che faceva capolino all’orizzonte, una sfera perfetta, la rinfrancarono un poco.
Gli stivaletti non erano comodi come le pantofole, né altrettanto caldi, anche se le coprivano più di metà delle gambe nude. Come le era venuto in mente di comprarseli? Certo, di sicuro le stavano bene, ma non erano il massimo della praticità. Avrebbe dovuto dedicare qualche minuto a cercare un altro paio di scarpe dall’armadio, così si maledì per aver trascorso così tanto tempo al computer. Tuttavia, si perdonò: il ricordo di quanta soddisfazione le avesse dato l’illustrazione che stava preparando le disegnò un sorriso sul volto.
Ricontrollò il telefono. La sua amica Gaia non aveva nemmeno visualizzato il messaggio. Non si stupì. Nonostante il ritardo, e la fretta, sarebbe stata, come al solito, la prima ad arrivare. Decise di prendersela comoda, godersi quella passeggiata – persino rispettando tutti i semafori – e guardarsi intorno come non faceva da tempo, prima di essersi abituata a quella zona della città e al suo nuovo appartamentino. Non che “abituata” fosse la parola giusta; non si trovava nemmeno male, però mancava ancora qualcosa a quel posto per farlo sentire veramente suo, anche se non sapeva cosa.
Glielo avevano descritto come un quartiere di degrado e sporcizia, eppure, secondo lei non c’era nulla di tutto ciò. In realtà, la sua idea di degrado e sporcizia non era la stessa del pensiero comune. Bastava guardare come tenesse in ordine, anzi, in disordine la sua stanza. Però lavava i pavimenti e il bagno ogni due giorni e a parte sedia, armadio e scrivania costantemente piene zeppe di roba, era abbastanza fissata con il pulito, tanto da lavarsi o disinfettarsi le mani moltissime volte al giorno. E fu proprio questa sua mania per l’igiene a cozzare con ciò che accadde.
Infatti, svoltato un angolo, vicino ad un bidone della spazzatura, si imbatté in un coniglietto di peluche abbandonato per terra. Normalmente non avrebbe mai raccolto qualcosa per strada… Eppure, quella vista improvvisa la bloccò. Era come se il coniglietto la stesse chiamando. Non sembrava affatto sporco: il tessuto candido risplendeva alla luce del lampione, sembrava quasi che emanasse un certo bagliore, e non c’erano altre macchie evidenti, se non quelle che dovessero fare parte della colorazione sulle zampe e sul muso. Le sue orecchie, poi, sembravano così morbide, erano irresistibili!
La suoneria del telefono la riportò in sé. La sua amica era già arrivata al locale, stavano solo cercando parcheggio, così anche Alice si affrettò. Promise a sé stessa, comunque, che se quando avesse fatto la stessa strada per rientrare lo avesse trovato ancora lì, si sarebbe portata il coniglietto a casa. Possedeva su di lei un’attrattiva che non riusciva a spiegarsi. Aveva sempre amato i peluche e quello nello specifico la aveva conquistata in un modo indescrivibile.
La serata andò bene, seppur non avesse fatto alcun progresso con quel ragazzo, ma si divertì molto. L’amicizia di quelle persone le scaldava il cuore. Si offrirono persino di accompagnarla a casa e sarebbero anche saliti, se non fosse che si era fatto davvero tardi. Ma cercavano di sfruttare il più possibile ogni minuto in compagnia di Alice, e Alice della loro – sebbene quella sottile sensazione di non essere mai veramente capita fino in fondo non la lasciasse mai del tutto. Era comunque felice quando salutò e aprì il portone, e immaginava che questo stato di affetto ed euforia la avrebbe accompagnata per tutto il giorno seguente. Non si aspettava che avrebbe trovato una sorpresa una volta aperta la porta.
“Ciao, stronzetta”, fece una vocina sottile. Non vedeva nessuno intorno a sé. Si spaventò un poco.
“Ehi! Guarda che sono qui! Stronzetta e maleducata”, disse ancora la voce. Tirò fuori il telefono dalla tasca e lo puntò attorno a sé, torcia accesa. Nessuno.
“Vuoi proprio farmi arrabbiare? Sono qui!”. Puntò il raggio di luce in basso, ma non vide nulla, a parte… No. Non poteva essere.
“Buon cielo!”, urlò la vocina. “Cosa devo fare di più per farmi notare?”.
Alice aveva bevuto e non poteva considerarsi totalmente sobria. Eppure, nemmeno da ubriaca avrebbe potuto credere che fosse stato il coniglietto di peluche a parlare. E poi, come aveva fatto ad arrivare lì? Chi ce l’aveva messo? Non era possibile che si fosse spostato da solo, vero? Beh, se stava parlando con lei, poteva voler dire che tutto fosse fattibile, no?
“Devo essere ubriaca. Ubriaca e fatta”, bisbigliò, cercando di far finta di nulla.
“Sai che sei proprio una bella stronzetta? Io mi sono preso la briga di venire fin qua, e invece tu…”. Il coniglietto di peluche si stava muovendo. Da solo!
“Sì. Ubriaca fradicia. E fatta di brutto”, ripeté Alice. Ma nonostante ciò, l’evidenza dei fatti era innegabile: il coniglietto di peluche trotterellò dietro di lei ed entrò nella sua stanza.
“Ah-ha! Ma che bella stanza disordinata! Proprio ciò che mi aspettavo da una stronzetta”. La ragazza si diede qualche schiaffetto sulle guance. Era impossibile che le stesse accadendo tutto ciò. Ma non poteva essere uno scherzo, vero? Decise di stare al gioco, almeno per il momento.
“Non chiamarmi ‘stronzetta’, il mio nome è Alice”, disse, con fare annoiato.
“Lo so. Ma ti sei comportata da vera stronzetta, lasciandomi lì, nonostante avessi cercato di chiamarti. Adesso dirai che non mi hai sentito”. Il coniglietto parve risentito. In effetti, le era solo parso, ma non poteva dire di averlo sentito nitidamente in quell’occasione.
“Scusa”, disse poi, poco convinta. “Ma tu chi saresti, il Bianconiglio? Per la miseria, che situazione cliché”, biascicò la ragazza, dopo aver lanciato la giacca su una sedia e la borsa per terra.
“Indovinato, mia cara stronz… Alice”, le fece eco il coniglietto. O il Bianconiglio?
“Che succede? Il Paese delle Meraviglie ha bisogno di me?”, scherzò Alice. Prese in mano il telefono con noncuranza, per vedere chi le avesse già visualizzato la storia che aveva postato qualche ora prima, al locale.
“Scherza quanto ti pare, ma se mi hanno mandato a cercarti, un motivo ci dev’essere”, disse la vocina.
“E quale sarebbe?”, rispose Alice, il tono annoiato. L’ultima cosa che voleva era imbarcarsi in un qualche tipo di avventura.
“Non so. Ma sappi che sei in pericolo. Tra esattamente…”, e il coniglietto tirò fuori da chissà dove un orologio a cipolla, ma Alice era distratta a guardare il telefono.
“… Quattro minuti, per la precisione, qualcuno, o qualcosa, sfonderà il portone, poi toccherà alla porta e…”. Il coniglio si interruppe a causa di un grande fracasso proveniente da fuori.
“Oh, beh. Forse il mio orologio va in ritardo”, concluse, cercando di nascondere lo spavento nella vocina con una buona dose di noncuranza.
“Sei serio?”, fu la risposta di Alice, che non si era mossa dal letto, ma che lo guardava torva.
“Il punto non è se sono serio o meno, piuttosto se ci tieni alla tua incolumità o meno. Io ti ho avvisata, e tra poco me la batto”. Stavolta, la sua voce tradiva una punta di panico.
“Uff”, sbuffò la ragazza, mise in tasca il telefono e si alzò. Cacciò il pc portatile, la sua console portatile preferita e un paio di caricabatterie in uno zaino, poi raccolse la borsa e si avvicinò alla finestra. Rimase in ascolto.
“Cosa aspetti? Dobbiamo scappare. Devi scappare!”, la vocina, impanicata, si fece ancora più acuta.
“Ma sei sicuro? Cioè, non è che è tutto uno scherzo? E poi viene qualcuno a ripulire la mia stanza? Non ho nulla di prezioso, ti avviso”. Alice, stanca e annoiata, faceva sempre fatica a fidarsi, a maggior ragione in una situazione del genere.
“Stronzetta che non sei altro! Se non scappi subito…”, ancora una volta un frastuono, e ben presto la porta della sua stanza vibrò.
“Sono qui! Stanno arrivando!”, squittì il coniglio, lanciandosi verso la finestra.
Alice temporeggiò. Poi, fece giusto in tempo a vedere la porta della sua camera scardinarsi e finire con violenza sulla scrivania, quando si lanciò dalla finestra.
*
“Sai, l’ultima Alice a cui ho fatto da guida era una ragazza per bene”. Alice si sentì offesa.
“Come sarebbe? Io non ti sembro forse una ragazza per bene?”, ebbe la forza per ribadire, seppur con il fiato corto. Stavano andando in tutta fretta da qualche parte, non aveva idea dove. Tutto quello che le aveva detto il Bianconiglio era che sarebbero dovuti farsi trovare il più lontano possibile da lì.
“No. Sei solo una stronzetta punk”. Passi essere chiamata ‘stronzetta’, ma non le pareva giusto essere definita punk.
“Guarda che non sono punk! Al massimo grunge. Scusa se non sono come la principessa delle fiabe che volevi”. Si guardò lo smalto nero, poi la sua mano sinistra andò automaticamente a portarsi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, sfiorandosi i cerchietti d’argento.
“Bah”, fu la risposta del Bianconiglio. “Piuttosto, non puoi tenermi da qualche parte sopra quel tuo enorme zaino? Camminare mi stanca, e poi non c’è bisogno che ti guidi, basta che ti dica dove devi andare”.
“Solo se mi chiedi scusa, smetti di darmi della stronzetta e mi fai un complimento”, prese la palla al balzo Alice.
“Brutta str-… Va bene, va bene. Alice. Scusa se ti ho dato della stronzetta. Sei carina e hai gusto, quegli orecchini ti stanno molto bene e il nero ti dona”. Alice sorrise compiaciuta, poi si fermò e si sfilò lo zaino, raccolse il peluche e lo fece scivolare in una delle tasche superiori.
“Quindi… Sarai la mia guida per qualcosa”, fece pensierosa Alice, dopo tanto camminare, giusto per rompere il ghiaccio.
“Esatto”, rispose il Bianconiglio in maniera spiccia.
“Ma non mi hai detto per dove. E per cosa. E hai detto anche che non sono la prima Alice che hai guidato”. Le domande le uscirono di getto.
“Mica posso sapere tutto! Comunque sei curiosa, è positivo”. Alice sorrise.
“E poi, chi è che mi dà la caccia? Cosa vuole da me? Sono ancora in pericolo?”. Si voltò di scatto, come se si aspettasse di essere seguita, il coniglietto quasi cadeva dallo zaino.
“Sta’ attenta a come ti muovi! Comunque immagino che ogni cosa ti sarà chiara a tempo debito”. Alice si fermò di scatto.
“E dai, rispondi almeno ad una domanda! Che Alice sono io? La seconda? La terza? Sono la reincarnazione di una principessa?”. Alice aveva aspettato tutta la vita un’occasione per sentirsi speciale, quindi non poté che essere felice di essere stata scelta, a prescindere da quanto potesse essere pericolosa o seccante la cosa.
“Okay, okay. Adesso concentrati solo a camminare, apri le orecchie e ascolta. Ti dirò tutto quello che so”. La ragazza esultò platealmente, poi riprese a camminare di buona lena.
Il Bianconiglio fece un versaccio.
“Dunque. Hai mai letto del Paese delle Meraviglie?”, chiese brusco.
“Oh, fin troppe volte, credimi!”, rispose la ragazza con entusiasmo.
“Bene, è positivo. Per questo adesso mi aspetto che tu sappia cosa…”.
“Oh, cazzo”. La interruppe Alice. Ciò voleva dire…
“Già, carina. Stai per fare un bel volo!”. Alice si allarmò un poco, ma il panico non durò molto. Subito provò una grande eccitazione.
“Ma… Ma come”, disse, la voce entusiasta. “Cazzo! Non vedo l’ora!”, ribadì, con uno strillo.
“Risparmia il fiato e muoviti! Ci siamo quasi”. Alice ridusse gli strilli di molti decibel, e felice, alzò il passo.
“E comunque, tu sei già la settima Alice che porto nel Paese. Non gasarti troppo”, concluse il coniglio. Erano arrivati al bidone dell’immondizia vicino al quale Alice lo aveva visto per la prima volta. Il suo entusiasmo si quietò un attimo, visto che non c’era nessuna buca. Il peluche, nel frattempo, era balzato giù dallo zaino e la guardava, aspettandosi che la ragazza facesse qualcosa; lei, a sua volta, lo guardava con aria interrogativa.
“Se vuoi star lì a fissarmi tutta la notte…”, fece acido.
“Non mi hai detto…”, esordì, ma il Bianconiglio la interruppe.
“Sotto il bidone! Devi spostarlo”. Alice non trattenne un “aaah” e una risatina, poi si mise subito a spostare il bidone. Nonostante gli stivaletti non le offrissero buona stabilità, ci riuscì con un piccolo sforzo. Il buco, come aveva detto il coniglio, era proprio lì, stretto e angusto come una tana di animale, ma inequivocabilmente un buco.
“Forza, Alice! Abbiamo già perso fin troppo tempo!”, la rimproverò il Bianconiglio, e sparì nel buio. Alice si guardò un attimo intorno, la luna ancora alta nel cielo, fece un sospiro nella fresca aria notturna e poi si accovacciò, lasciandosi lentamente scivolare anche lei nel buco.
La caduta fu stranamente piacevole. Era come volare, un lasciarsi cullare su un’altalena che si muoveva solo in una direzione, mai indietro. Ad Alice venivano in mente solo cose strane, proprio come la protagonista del libro. Cercò di guardarsi intorno, nell’oscurità, riuscendo a scorgere poco e nulla. Si chiese poi se il telefono avrebbe avuto campo, così sottoterra. Voleva chiederlo al coniglio, eppure, l’unica cosa che le uscì dalla bocca fu…
“Ma i gatti mangiano i pipistrelli?”. Rimase sbalordita lei stessa.
Anche il Bianconiglio non sembrava essere più in sé. Aveva perso la sua sprezzante parlantina e sembrava decisamente allarmato, sebbene cercasse di non farlo trasparire dalle sue parole, ma la peluria gli si era rizzata tutta.
“Co-cosa vuoi che ne sa-sappia io?”, pronunciò balbettando. Poi Alice chiuse gli occhi, rilassandosi nel vuoto, e si sarebbe quasi addormentata se non fosse che avevano appena toccato terra. Il corridoio era totalmente buio, tranne che per una tenue luce in lontananza, fievole ma abbastanza visibile da non farla sentire sopraffatta dalla paura.
“Come posso aver paura del buio?”, domandò a se stessa ad alta voce, con un tono alto e infantile che non le era minimamente familiare. “La mia voce… Non mi riconosco più”. Nemmeno i pensieri erano del tutto suoi. O meglio, tra i suoi pensieri ce n’erano alcuni completamente estranei. Perché le stavano venendo in mente certe filastrocche?
“Il- Il potere del Paese”, balbettò tremante il peluche, “ti sta facendo to-tornare quella che sei davvero, A-Alice”. Tirò fuori ancora da qualche parte quel suo bell’orologio. “Io d-devo scappare”, aggiunse, “ma ci rivedremo presto”.
Alice voleva dire qualcosa, ma non fece in tempo a dire nulla che il coniglio era già sparito nel buio. Sospirò. Sapeva benissimo cosa la aspettava: sarebbe dovuta diventare piccola per proseguire. Ma come avrebbe fatto, poi, a tornare nel mondo reale? Quasi le venne da piangere. Vero, non era particolarmente legata al suo mondo, anzi… Però l’idea di non poterci più tornare la faceva stare male.
Ma cos’altro poteva fare? Non c’era modo di tornare indietro, dunque, l’unica alternativa era quella di andare avanti. Nonostante la gran confusione che aveva in testa, raggiunse facilmente la stanza scarsamente illuminata; ospitava un tavolino di vetro rotondo, su cui spiccava la boccetta che avrebbe dovuto bere per diventare piccola. Prima di farlo, però, si ricordò di prendere con sé la chiave, che era apparsa sul tavolino giusto quando si ricordò che ne avrebbe avuto bisogno.
Emozionata, aprì la boccetta. Scacciò dalla mente un minuscolo dubbio sul fatto che quel liquido potesse essere più o meno pericoloso e iniziò a bere. Sembrava che qualcuno ci avesse messo dentro, e mescolato, tutti i suoi tipi di caffè preferito. Il liquido sapeva insieme di caffè, latte, vaniglia, cacao, caramello, zucchero filato, cannella e zucca. Ben presto si ritrovò piccolina, distratta dallo strano gusto di quell’intruglio, l’unico segnale rappresentato dal tavolino che adesso era diventato gigantesco. Corse verso la tenda, a malapena visibile, sicura che ci avrebbe trovato dietro la porta per proseguire.
Tutto andò secondo i piani e ben presto Alice si ritrovò oltre la porta, eccitatissima, come se fosse ritornata finalmente a casa dopo un lunghissimo viaggio. Sentiva una strana nostalgia nei confronti del Paese, considerando tutte le volte che aveva letto il libro, e probabilmente si era fatta condizionare anche dal fatto che, in qualche modo, fosse collegata lei stessa alla bambina della storia. Anzi, mai come in quel momento si era sentita tanto vicina alla giovane protagonista del libro.
Era ormai mattina nel Paese delle Meraviglie, e il sole splendeva alto nel cielo. Una piacevole brezza le sfiorava il viso. Inspirò quell’aria che, per qualche motivo, profumava di casa. Era tutto esattamente come lo aveva immaginato. Il mare immenso che si stagliava da un lato, le casupole sull’altro e la foresta in lontananza. Eppure, c’era qualcosa di strano: la costa era insolitamente deserta. Nessuna traccia degli animali che si sarebbe aspettata di trovare, nemmeno il Dodo.
Pensò di urlare qualcosa che chiamasse a sé gli animali, ma l’unica cosa che riuscì a dire fu…
“Où est ma chatte?”.
Così rinunciò, e proseguì lungo il bagnasciuga in totale solitudine, sperando che, in modo o nell’altro, presto sarebbero venuti fuori, facendole una sorpresa, ed invitandola ad una corsa elettorale. Tuttavia, molti passi dopo, ancora nulla: l’unica compagnia che aveva era il rumore delle onde. Rammaricata, si era quasi rassegnata a quel silenzio doloroso, quando…
“Che passo spedito”, sobbalzò. Una bocca era apparsa proprio dove stava per mettere il piede. Le sfuggì un grido.
“Sei brava con i passi. Sei forse una scrittrice?”, scandì la bocca. Alice dovette raccogliere le parole dalla mente.
“Io… Sono una bamb-… Sono Alice”, si limitò a dire.
“Mmh?”, adesso era apparso un occhio. “-ice, -ice. Ho indovinato, allora”, concluse.
“No! Cioè… Dove sono tutti?”, chiese ingenuamente la ragazza.
“Chi lo sa? Proseguendo, forse lo scoprirai… Oppure no…”. La comparsa di un naso felino fece emozionare Alice, che nonostante tutto, non si fermò.
“Intendi dire…”, alzò lo sguardo. Davanti a lei, la foresta. “… Lì?”.
“Lì, o là… Che differenza fa?”. Per qualche motivo, ad Alice suonò come una conferma. Ringraziò il Gatto, che nel frattempo si era materializzato alle sue spalle, e corse verso gli alberi. Diede giusto un’occhiata alle casette che si stagliavano nella direzione opposta, sorrise all’enorme cucciolo che stava dormendo e proseguì lungo il sentiero.
La foresta sembrava ancora addormentata: persino il vento sbadigliava tra i rami. La luce filtrava a singhiozzo, tra le fronde, come se si fosse dimenticata quale fosse il suo lavoro, ma riusciva comunque a esaltare i colori sgargianti dei fiori. Alcuni sembravano piegarsi appena per farsi guardare meglio, come un elegante inchino di benvenuto. A ogni passo, Alice ne restava incantata: erano straordinariamente irresistibili. E pensare che, nel suo mondo, non aveva mai nutrito il benché minimo interesse per la botanica.
Non fu facile orientarsi in quel labirinto di foglie. Nonostante ciò, più avanzava, più si avvicinava, in qualche modo, alla sua destinazione: più si perdeva, più trovava la strada nella foresta. Non c’era stato bisogno di sapere nient’altro, poiché, pur non sapendo come proseguire, sapeva esattamente dove stava andando e perché. Una nuvola di fumo in lontananza le fece capire che era sempre più vicina alla sua meta.
Anche il Bruco era esattamente come lo immaginava, appollaiato sul suo fungo enorme. Nessuno dei due parlò.
“Chi sei tu?”, fece infine il Bruco, dopo aver soffiato il fumo.
Alice, che avrebbe voluto rispondere con il suo nome, non lo seppe dire.
“Io sono… Non lo so”, fu l’unica cosa che le uscì dalla bocca.
“Beh, se non lo sai, immagino che non sia tu la persona che stavamo aspettando”. Il Bruco soffiò ancora, una nuvola di fumo visibile, ma impalpabile, come le sue risposte.
Il viso di Alice si illuminò: non poteva che essere lei la persona che stavano aspettando. Finalmente era arrivata in un posto dove poteva appartenere, dove la cercavano. Tuttavia, una fitta di preoccupazione le attraversò il petto: c’era ancora qualcosa che non andava.
“Perché state aspettando questa persona?”, chiese, cercando di tenere a bada la sua preoccupazione. Il Bruco ci impiegò un po’ di tempo per rispondere.
“Un mistero”. Il fumo si allungava nell’aria, per poi dissolversi velocemente.
“Il Dodo saprà cosa fare, no?”, chiese Alice, il cuore che batteva più forte.
“Se fosse qui… Ma è partito… Andato… Un pericolo…”. Alice rimase immobile mentre guardava il Bruco, sperando che continuasse a parlare, che svelasse qualcosa di più. Ma la sua voce scompariva come il fumo che soffiava, mentre guardava lontano, il suo tono più basso, come se stesse cercando di non dirle troppo.
“Il Dodo… Non è più qui?”. La voce le uscì più sottile che mai. La ragazza aspettava ardentemente una risposta, ma il Bruco si prendeva il suo tempo.
“Già”, si limitò a dire, dopo un po’, il Bruco, sempre più distante.
“E… Dev’essere ritrovato? Deve assolutamente essere ritrovato?”. La domanda uscì tremante dalle sue labbra.
“Forse sì… Forse no. Se tu fossi la persona giusta, potresti andare nella casetta del Coniglio, ed indagare nello specchio…”. Alice ebbe un’illuminazione.
“Ma certo! Ci vado subito! Grazie!”, e corse a perdifiato.
Le sue gambe si mossero da sole, seguendo il sentiero che si attorcigliava come un serpente, apparso magicamente sotto i suoi piedi man mano che proseguiva. Il cuore le batteva all’impazzata: aveva una missione. In men che non si dica, era nella casupola del Coniglio. Il suo proprietario era già lì.
“Allora?”. Il Coniglio sembrava aver ritrovato i suoi modi spicci.
“Il Gatto! E il Bruco! Non mi hanno detto nulla, ma mi hanno detto tutto! Cazzo… Dobbiamo ritrovare il Dodo… E devo farlo io”, disse, solenne, tutto d’un fiato.
“E quella cosa che ci dà la caccia?”, chiese allarmato il Coniglio.
“Il Dodo saprà”, rispose Alice, avvicinandosi all’enorme specchio che occupava la parte centrale del salotto.
“Che stai facendo? Aspettami!”, urlò il Bianconiglio, mentre Alice spariva nello specchio.